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Perchè in italia non investiamo

Il Bel Paese è caratterizzato da tantissime belle cose: la cultura, il cibo, la qualità, il famosissimo made in Italy, la moda... Potrei andare avanti per ore a elencare gli aspetti positivi di questo Paese. 



Tuttavia, dal punto di vista finanziario, per utilizzare un eufemismo potremmo dire di non essere tra i migliori, ma sarebbe comunque fuorviante: tra i Paesi del G20 siamo negli ultimi posti per cultura finanziaria se non addirittura ultimi. 



Non è certo un primato di cui essere orgogliosi. Pensate che poco più del 7% degli italiani investe in azioni contro il 55% degli Stati Uniti. Una differenza abissale!

In apparenza questo è un paradosso, perché noi italiani siamo ottimi risparmiatori storicamente. Pensate che siamo tra i più grandi popoli di risparmiatori, ma teniamo tutto (o quasi) in liquidità. 


Secondo un’elaborazione su dati di Banca d’Italia e Istat, alla fine del 2024 i depositi bancari delle famiglie italiane (che includono conti correnti e liquidità) ammontavano a circa 1.131 miliardi di euro su un totale di risparmi di 2.211 miliardi, quindi circa il 51% dei risparmi è in liquidità/depositi.


La mia domanda è semplice, perché? 


Cerchiamo di dare una risposta.


Abbiamo proprio un istinto naturale nel mettere via: è come se fosse un riflesso incondizionato. I nostri nonni lo dicevano senza nemmeno pensarci: “Metti via qualcosa”. E questo insegnamento è arrivato intatto fino a noi.


Solo che nessuno ci ha mai spiegato cosa significhi davvero “mettere da parte”. Perché mettere da parte non vuol dire semplicemente parcheggiare. Il risparmio non dovrebbe essere un obiettivo: dovrebbe essere un mezzo. E invece, da noi, diventa un fine. Risparmiare per risparmiare. Accumulare per accumulare.


Il risultato? Siamo tra i Paesi con più soldi fermi sui conti correnti. Letteralmente fermi. Senza rendimento. Senza direzione. Senza utilità. Come se avessimo uno strumento potentissimo e lo lasciassimo chiuso in un cassetto.


Questo perchè accade?


Per tante ragioni, ma la prima, quella più profonda, è che le persone sono avverse al rischio e ancora di più all’ignoto. Chi non ha timore dell’ignoto? Nessuno, oserei dire.


L’ignoto spaventa chiunque. C’è chi reagisce con curiosità, chi si blocca, chi prova ad affrontarlo. Un minimo di timore, però, ce l’abbiamo tutti. E in Italia tutto ciò che riguarda la finanza è percepito come un territorio oscuro, nebuloso, quasi minaccioso.


La finanza è ignota perché nessuno ce l’ha mai spiegata.


Non l’abbiamo studiata. Non l’abbiamo mai affrontata. A scuola non siamo mai stati abituati a ragionare su investimenti, mercati o strumenti finanziari. E non parlo di diventare esperti: parlo delle basi. Quelle che in altri Paesi fanno parte dell’educazione elementare.


Quante volte qualcuno vi ha chiesto o interrogato sullo S&P 500? Probabilmente mai. E non perché fosse un argomento troppo avanzato, ma perché nessuno ci ha mai detto che fosse importante. Eppure condiziona la vita economica di mezzo mondo.


La scuola ha inserito, seppur goffamente, tante materie nuove: educazione sessuale, educazione civica, primo soccorso… ma l’educazione finanziaria non ha mai valicato la soglia dell’aula. Non è mai stata considerata una priorità. Ed è paradossale perché, nel mondo di oggi, le scelte economiche sono tra le più importanti e frequenti che affrontiamo.


E allora quando iniziamo davvero a interessarci delle nostre finanze? Quando abbiamo già uno stipendio, già un conto corrente, già un’auto da pagare, magari un mutuo. Cioè quando ci accorgiamo che ci servirebbe una conoscenza che avremmo dovuto acquisire almeno dieci anni prima.


Allora perché non cambiare? Perché non imparare prima di dover prendere decisioni importanti? Nessun medico apre un paziente senza anni di studio alle spalle. Nessun avvocato si presenta in tribunale senza preparazione. Nessun consulente finanziario lavora improvvisando (si spera).


Il fatto che la scuola non ci prepari dal punto di vista finanziario è già grave in sè, ma il fatto che nemmeno in famiglia ci venga insegnato è forse anche peggio.


Uno si aspetterebbe che almeno ci pensino i genitori, ma non succede, o meglio succede a metà. I nostri genitori ci hanno insegnato a risparmiare, questo sì, ma non ci hanno insegnato cosa fare dopo.


È come se tutta la cultura finanziaria italiana fosse costruita su una sola frase: “Non spendere tutto”. Un buon consiglio, senza dubbio, ma non è una strategia di vita, non è un piano, non è un percorso.


Ed è qui che nasce il problema vero: il risparmio senza conoscenza diventa immobilità. Immobilità che, nel lungo periodo, diventa perdita.


Un altro tema che pesa come un macigno, e che spesso è collegato, anche se non ce ne rendiamo conto, a tutta la narrazione culturale che ci portiamo dietro, è il tabù dei soldi. Parlarne è quasi proibito. È come se il denaro fosse il male assoluto, qualcosa da maneggiare con i guanti, da non nominare troppo forte. Un argomento da evitare, come se rischiasse di contaminare la conversazione.


E la cosa assurda è che le persone, quando vogliono, sanno essere spaventosamente sincere: ti raccontano delle loro storie d’amore finite male, dei tradimenti, delle bravate fatte in gioventù, persino degli errori più pesanti, quelli che uno si porterebbe nella tomba. Ma chiedi quanto guadagnano al mese e cala un silenzio religioso. Non te lo diranno mai. MAI.


E io mi sono sempre chiesto: ma perché? Perché questa omertà totale?


La risposta più banale sarebbe: ognuno si fa gli affari propri. Ci può anche stare, per carità. Però secondo me non è questo il vero motivo. Il punto è che proviamo un profondo disagio nel dire quanto guadagniamo. È quasi un termometro del nostro valore personale, e qualunque cifra diciamo ci sembra sbagliata.


Se guadagniamo tanto, ci sembra di mancare di rispetto a chi ce lo chiede, quasi un volerci mettere su un piedistallo. Se guadagniamo poco, ci sentiamo automaticamente in difetto, quasi in una posizione di inferiorità. In entrambi i casi abbiamo paura di essere giudicati: il “riccone”, il “tirchio”, il “poveraccio”, il “mantenuto”. Etichette che volano in un attimo.


Il problema non è solo sociale, ma anche pratico. Perché questa cultura del silenzio si infiltra anche dove proprio non dovrebbe stare: dentro le famiglie.


Tante persone non sanno nemmeno quanto guadagnano i propri genitori, i propri fratelli, il proprio partner. E questa, permettetemi, è una follia. Come puoi prendere decisioni finanziarie importanti, come acquisto di una casa, gestione delle spese, investimenti, imprevisti, se non conosci il reddito e il patrimonio della tua stessa famiglia? È come voler navigare di notte senza luci, senza bussola e con la mappa strappata.


Attualmente gestisco io i soldi della mia famiglia, ma prima che iniziassi a lavorare nella consulenza finanziaria, di certe cose non si parlava mai. Mai un confronto, mai una trasparenza, mai una visione comune.


Si viveva alla giornata, mettendo tutto in una sorta di scatola chiusa con l’etichetta “non si tocca”. Ma come si fa? Come puoi sperare di prendere decisioni sensate se non hai alcuna idea dell’intero quadro?


Il tabù dei soldi ci rende più vulnerabili, più fragili e, paradossalmente, anche più poveri (nel senso mentale del termine). Perché il denaro non è un nemico: è uno strumento. E come ogni strumento, o lo capisci e lo usi con consapevolezza, oppure ti farà male.


Io non dico che dobbiamo andare in giro con il 730 stampato sulla maglietta, ma almeno in famiglia, nei rapporti significativi, serve un minimo di trasparenza. Non per curiosità, non per mettere il naso dove non si deve, ma perché la conoscenza porta decisioni migliori.


Ignorare i propri numeri non è umiltà: è un lusso che non possiamo più permetterci.


E se c’è una cosa che ho imparato, è questa: i soldi sono tabù solo per chi non li capisce. Per chi li studia, li affronta e li gestisce con serenità, sono semplicemente uno dei tanti aspetti della vita.


Ultimo, e non per importanza, c’è un tema che per me rimane sempre un po’ scomodo da affrontare, ma che incide più di quanto immaginiamo: la religione. 


Lo dico subito: non sto parlando di fede in sé, né di ciò in cui ognuno crede o non crede, ma di un’eredità culturale che ci portiamo dietro, spesso senza rendercene conto. E quando dico “ci portiamo dietro”, intendo proprio radicata nel subconscio, sedimentata da generazioni.


Ma in che senso? Ci arrivo.


Fin da bambini, molti di noi sono cresciuti in un ambiente cattolico, anche solo per osmosi. E questo porta con sé una certa idea riguardo al denaro. Perché, diciamocelo, nella tradizione cattolica il denaro è sempre un po’ sospetto: averne troppo non è ben visto, può diventare peccato, può trasformarti in un lussurioso, in un avido. 


Prestare denaro con interesse secondo la Bibbia è peccato, qualcosa che ti metteva automaticamente dalla parte dei “cattivi”. Perciò prestare denaro con interessi non era sicuramente visto di buon occhio. È passato, certo, ma le convinzioni dei nostri bisnonni e dei nostri nonni non scompaiono nel giro di vent’anni.


Questi messaggi, anche se non ce ne accorgiamo, finiscono nei meccanismi più profondi del nostro giudicare. Così, quando oggi parliamo di investimenti, di finanza personale, di costruirsi un futuro economico, spesso percepiamo una sorta di "stortura": come se volessimo fare qualcosa di un po’ sporco, di un po’ furbo, qualcosa che “non si dovrebbe fare”.


E da qui nasce il confronto che ho sempre trovato interessante: quello tra la cultura cattolica e quella protestante. 


Non è filosofia da bar, basta guardare i Paesi anglosassoni dove investire, risparmiare, pianificare è normale quanto lavarsi i denti. E lì la religione protestante ha avuto un peso enorme: se sei protestante, l’idea è che devi provvedere tu a te stesso. Nessuno verrà a salvarti, nessuno ti garantirà un futuro. Sei tu il responsabile del tuo benessere. Previsione, quindi forecast: guardare avanti, capire cosa succederà, prepararsi.


Nel cattolicesimo, invece, domina il concetto di Provvidenza, come decantava Manzoni nei promessi Sposi, come un principio quasi poetico secondo cui se fai del bene, prima o poi il bene ti tornerà indietro. Una sorta di scambio morale, ma non consapevole, non strategico. Tu fai del bene perché “così si deve fare”, e poi si vedrà.


Il “poi si vedrà” è il punto cruciale, non si può basare un’intera esistenza, per quanto ci possiamo credere su questo concetto. Sarò in malafede io, ma la penso in questo modo.



Io posso anche credere che il bene generi bene, e in una certa misura lo credo davvero, ma buttare i soldi sotto il materasso e affidarmi al destino non mi mette al sicuro da nessun rischio concreto. La verità è che se non ci sarà nessun “salvatore”, almeno avrò provveduto a me stesso. E questa non è avidità, non è mancanza di spiritualità: è semplicemente responsabilità.


Prendiamo uno dei temi più delicati: la pensione. Quante volte abbiamo sentito i nostri nonni dire: “Tranquillo, lo Stato penserà a te”? Ma quel mondo lì, quel patto implicito, ormai non esiste più. Oggi la domanda reale è: “Io che cosa sto facendo per il mio futuro?”


Immagina due persone:

  • la prima che si affida completamente alla Provvidenza, o allo Stato, o a un datore di lavoro, aspettando che le cose vadano bene,

  • la seconda che decide di approfondire, di capirci qualcosa, di studiare gli strumenti finanziari, anche con mille dubbi ma con un obiettivo chiaro: non farsi trovare impreparata.


Non è difficile immaginare chi dei due dormirà sonni più tranquilli tra vent’anni.


Molti di noi, quando iniziano a parlare di investimenti, provano un piccolo senso di colpa. “Ma non è che sto pensando troppo ai soldi?” oppure “Non è che sto diventando materialista?”. Quanto deriva da un giudizio oggettivo e quanto da un condizionamento religioso interiorizzato senza accorgercene?


È paradossale: vogliamo stare bene, ma ci vergogniamo di voler stare bene. Vogliamo costruire qualcosa, ma abbiamo paura che qualcuno ci dica che siamo egoisti. E allora ci freniamo.


Cercare di capire il mondo finanziario non significa essere avidi: significa togliersi dalla testa l’illusione che tutto dipenderà sempre da qualcun altro. Significa garantirsi la libertà di fare le scelte che vogliamo, e non quelle che saremo obbligati a fare. Significa ridurre l’ansia, e aumentare la serenità futura.


Se un giorno avrò bisogno, e non ci sarà nessuna Provvidenza pronta a intervenire, nessun salvatore, nessuno che mi dica “tranquillo, ci penso io”, potrò almeno guardarmi allo specchio e dire: “Non sono stato fermo. Ho costruito qualcosa.”


Non dico che una visione sia migliore dell’altra (o forse sì). Non ho la presunzione di dire qual è “la verità”. Dico solo che oggi, in questo mondo, la fede nella Provvidenza può essere una bella cosa, ma non può essere l’unico pilastro su cui si appoggia la nostra vita. Far del bene rimane fondamentale, ma il futuro non lo si costruisce con la speranza: lo si costruisce con le scelte.


E se la Provvidenza dovesse funzionare, tanto meglio. Ma se dovesse incepparsi, e può succedere, preferisco aver imparato a nuotare piuttosto che pregare che l’acqua rimanga bassa.


Questa motivazione è molto filosofica, ma racchiude secondo me l’essenza del genitore/nonno medio.


Verificati quelli che sono i motivi principali per cui in Italia secondo me non investiamo i nostri risparmi io vi saluto e ci riaggiorniamo lunedì prossimo su questo blog.


Nel prossimo articolo vedremo quanto invece sia importante investire.

Mettiamola così: se ti dicessi che 100.000€ nel 2004 sono diventati poco più di 66.000€ nel 2024 in termini assoluti ho la tua attenzione?



Buon appetito, a lunedì prossimo!